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Mosé salvato dalle acque

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Passaggio del Mar Rosso
Mosé salvato dalle acque
Benedizione di Giacobbe

I tre acquerelli su seta, definiti nei documenti “succhi d’erba”, sono attributi dalle fonti al viterbese Giovanni Francesco Romanelli. Essi, in origine, facevano parte di un gruppo di almeno nove teli acquistati dai Durazzo in epoca imprecisata. Nel 1824 passarono ai Savoia e furono smembrati nel corso del XIX secolo. I soggetti ripetono alcune delle storie affrescate nelle Logge vaticane.

Il panno del “Passaggio del Mar Rosso” rappresenta su scala monumentale il celebre episodio biblico del passaggio degli Israeliti nel Mar Rosso. La composizione della scena, come per gli altri dipinti, è stata copiata dalle scene affrescate sulle voltine dell’ottava loggia vaticana, eseguita nel 1518 e attribuita a Giulio Romano.

La destra del panno è gremita dalla folla dei figli di Israele che raggiunge la riva del Mar Rosso. Al centro, in secondo piano, è dipinto Mosé di spalle al suo popolo mentre solleva il bastone verso l’esercito del Faraone, raffigurato a sinistra mentre viene travolto dai flutti.  

Il secondo panno raffigura “Mosé salvato dalle acque”. Secondo la tradizione biblica, il Faraone, preoccupato per l’ingente numero degli ebrei in Egitto, ordinò di uccidere, al momento della nascita, tutti i maschi d’Israele. Per salvarlo, i genitori di Mosé lo abbandonarono alle acque del Nilo. Secondo l’episodio biblico, la figlia del Faraone recuperò la cesta contenente Mosé in fasce mentre si recava, accompagnata da alcune ancelle, a bagnarsi nel Nilo e lo trattenne con sé presso la corte egizia.  

Il terzo panno illustra la “Benedizione di Giacobbe”. Per mezzo di un sotterfugio architettato dalla madre Rebecca, Giacobbe carpisce a Isacco la benedizione e quindi la trasmissione dell’eredità già promessa al gemello Esaù. Isacco, con gli occhi chiusi perché ormai cieco, è qui raffigurato disteso sotto un ampio baldacchino, mentre leva il braccio destro per impartire la benedizione. Nel panno, Giacobbe, letteralmente spinto dalla madre, porge al vecchio padre il bacile con la cena. Sotto la tunica, Giacobbe veste il vello di capretto, che servirà a ingannare Isacco siccome era risaputo che Esaù fosse villoso. La benedizione ricevuta sarà irrevocabile. Dall’ingresso ad arco, in fondo, sulla sinistra, entra Esaù di ritorno dalla caccia.

Non sono note le circostanze dell’entrata delle opere nelle collezioni del palazzo di via Balbi.

La menzione più antica dei “succhi d’erba” si deve a una lettera di Charles de Brosses datata 1 luglio 1739, quando li menziona nella residenza di Gerolamo Ignazio Durazzo (1676-1747). L’autore conosce l’identità dell’artista esecutore ma non ne descrive i soggetti, il numero e la collocazione.

Solo l’inventario del 1823, a ridosso dell’acquisizione del palazzo tra i beni dei Savoia, sono elencati nove succhi d’erba divisi a coppie di tre in altrettanti salotti, purtroppo senza indicare i soggetti. L’inventario del 1830 incluse solo sei panni, di cui precisò solo quattro soggetti e assegnò un gruppo di tre nella “camera da letto”.

  • Giovanni Francesco Romanelli (?)
  • 1630-1660
  • Acquerello su seta
  • Salotto della Pace